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Come forse avrai notato, USAonline.it non è più aggiornato da un bel po' di tempo, per mancanza di tempo del webmaster.

Sarebbe bello far risorgere il sito, ad esempio creando un blog multi-autore in cui italiani che abitano negli USA o che comunque ci debbano stare per un tempo prolungato (mesi o anni, per studio o lavoro) raccontino le loro esperienze quotidiane.

Se la cosa ti interessa, o se comunque hai altre idee, entra in contatto scrivendo una e-mail a mbellinaso@gmail.com

Viaggio negli Usa: dal 3 al 25 agosto 2001
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3° giorno: domenica 05 agosto 2001: Baltimora - Philadelphia

Altra sveglia alla buon’ora e subito in auto per raggiungere Baltimora. Alessandro come al solito appena sveglio è affamato, quindi la prima attività appena giunti a Baltimora la svolgeremo con le gambe sotto il tavolo in un buon ristorante.
Entriamo alle 8 circa nella periferia di Baltimora e, pur non essendoci anima viva in giro cominciamo a conoscere la realtà delle metropoli americane; l’ambiente è quello dei film tipo i guerrieri della notte, con case fatiscenti, scritte e graffiti sui muri, vicoli da inseguimento e, agli angoli delle strade gli immancabili campi da basket. Entriamo finalmente nel centro città e ci dirigiamo verso il porto dove cerchiamo subito un parcheggio per l’auto. Dopo pochi minuti siamo sulle strade di Baltimora affamati ma contenti di vedere la seconda metropoli americana di questo viaggio. Giunti al porto notiamo un simpatico ristorantino su uno dei moli e, come felini ci lanciamo sulla nostra preda. All’interno abbiamo la senzazione di essere tornati negli anni ’50 e da un momento all’altro ci aspettiamo Alfred (il gestore di Arnold’s in Happy days) che ci illustra le prelibatezze della casa. Questa colazione si rivelerà una delle pratiche culinarie più impegnative. Come succederà per tutto il viaggio ci dividiamo in due scuole di pensiero: da una parte io, Simona 1, Alessandro e Diego siamo per i piatti killer composti da uova strapazzate, bacon, frittelle con marmellate varie e anche una fetta di torta (pesantissima), dall’altra Simona 2 e Federica, più delicatine e salutiste si accontentano di qualche frittella con la marmellata. Ingurgitate le colazioni decidiamo che, visto che l’unica cosa che ci pare interessante a Baltimora è solo la zona del porto, una volta visitato quest’ultimo partiremo per Philadelphia. Avendo parcecchio tempo a disposizione si decide di fare un giro più largo e passare nella contea di Lancaster dove vive la comunità degli Amish, comunità religiosa che vive ancora seguendo le regole, le tradizioni e l’abbigliamento di un secolo fa. Decidiamo di visitare una fattoria Amish; 6 dollari a persona per vedere una casa normalissima e qualche animale nei recinti nel retro della fattoria. Una delusione, anche perché degli Amish non c’è nessuna traccia. Li vedremo poi successivamente ripresa la strada per Philadelphia (non utilizzano auto ma solo calessi trainati dai cavalli) e questo ci rivaluta l’intera giornata (ci credete?). Verso sera arriviamo nei sobborghi di Philadelphia e, come sempre, sbagliamo strada e ci ritroviamo nel bel mezzo di uno dei quartieri peggiori che ci potessero capitare: il quartiere di German Town. Siamo tutt’altro che tranquilli anche per gli sguardi che ci vengono rivolti dall’esterno e già ci vediamo protagonisti di un film che non desideravamo interpretare; cerchiamo di ritrovare il prima possibile la tangenziale, ma ci vorrà più di mezz’ora. Usciti finalmente dal dedalo di strade della periferia di Philadelphia (quella di Baltimora era stato solo un antipastino) ci mettiamo alla ricerca di una cuccia per la notte. Attenzione: chi di Voi si recherà a Philadelphia tenga presente che trovare un motel al di fuori della città sarà impresa ardua: noi dopo almeno due ore di ricerca troviamo un gentile americano che ci conduce fino a un Days Inn. Dopo una buona bistecca e un’insalata in un locale vicino all’albergo ci lanciamo sui nostri letti, domani mattina ci aspetta Philadelphia: la città di Rocky Balboa, ma anche e soprattutto la città simbolo del sogno americano, della partenza verso l’Ovest, verso la frontiera, dove fu firmata la dichiarazione di indipendenza degli stati fondatori.

4° giorno: lunedì 6 agosto 2001: Philadelphia – Elmira.

Alle 8 del mattino siamo già nel centro di Philadelphia, il caldo è insopportabile. Dopo pochi minuti di cammino ci scontriamo con una delle peggiori contraddizioni di questo grande paese. Tutti i giardini e parchi cittadini che incontriamo sono pieni zeppi di homeless che si stanno svegliando e alzando. Vicino a loro passano manager e impiegati in giacca e cravatta che si stanno recando al lavoro nei lussuosi uffici del centro. Questi due estremi sembrano accettati come la cosa più normale di questo mondo. L’America è il paese dove tutto è grande: il territorio, l’economia, i grattacieli, la ricchezza e la povertà. Probabilmente i 50 milioni di poveri permettono agli altri 200 una vita prospera, forse anche questa è democrazia.
La intravedo da lontano; sì è proprio lei, la scalinata di Rocky. Mentre Alessandro riprende con la sua videocamera comincia la mia corsa con tanto di sandali, ma riesco comunque ad arrivare su e a urlare Adriana a squarciagola. E’ incredibile come questo posto sia invaso quotidianamente da turisti esclusivamente per la notorietà acquisita a seguito del film di Stallone e non ad esempio per l’importantissimo museo presente nella piazzetta sovrastante la scalinata (confesso che anche noi siamo qui solo per la prima ragione). Proseguiamo la visita di Philadelphia inoltrandoci verso il centro città. Attraversiamo la zona dei grattacieli dove hanno sede importanti società e notiamo che i fumatori devono addirittura uscire dall’edificio e consumare la sigarette in strada. Negli Stati Uniti non si può fumare in nessun luogo chiuso, tranne casa propria. Ci dirigiamo verso la parte storica di Philadelphia e essendo arrivata l’ora di pranzo ci fermiamo in un chiosco dove ci facciamo preparare dei panini “mostruosi” che azzanniamo proprio di fronte al palazzo dove firmarono la dichiarazione di indipendenza. Il caldo del primo pomeriggio è veramente micidiale, troviamo refrigerio all’interno del visitor center dove l’aria condizionata è a livelli sovrumani. Questa è un’altra caratteristica americana, nei mesi estivi in tutti i locali chiusi l’aria condizionata è una vera regina. E’ sempre utilizzata in maniera esagerata, come il ghiaccio nelle bibite (se non ne volete bicchieri pieni zeppi ricordatevi di dire “no ice” quando ordinate una bibita).
Dopo aver assistito ad un arresto a pochi metri da noi (ci sembrava di essere in un film) passeggiamo nella zona di Philadelphia che scende verso il porto; a metà pomeriggio prendiamo la metropolitana e ci dirigiamo verso la macchina. Ci aspettano lunghe ore di viaggio in direzione cascate del Niagara, ci fermeremo a dormire quando saremo stanchi.
Dopo un’occhiata veloce alla cartina ci dirigiamo verso Scranton. Attraversiamo la Pennsylvania da Sud a Nord. La campagna della Pennsylvania è veramente bella; con le sue dolci e verdi colline i boschi fitti e i profumi tipici dell’estate; le case sono graziose, notiamo che nessuna è cintata e non esistono cancelli, da noi non sarebbe possibile o quantomeno rischioso; come minimo la domenica ci troveremmo invasi dai maniaci dei pic-nic. Decidiamo di fare un pezzo di percorso prendendo una strada secondaria e la scelta si rivela azzeccata. E’ attraverso queste strade secondarie che si scopre la vera America, quella del mito, di Kerouac e di tutte le generazioni di vagabondi che hanno attraversato da Nord a Sud e da Est Ovest questo grande paese alla ricerca di qualcosa che forse non hanno mai trovato, ma hanno senza dubbio contribuito alla leggenda delle vecchie strade americane. E parlando di mito dopo alcune ore appena a Nord di Scrancton incrociamo e prendiamo la leggendaria strada nr. 6 che da New York porta fino in California. Seimila chilometri di asfalto per ripercorrere i percorsi dei pionieri in direzione Ovest, verso la frontiera, i territori selvaggi e, dopo le grandi pianure, gli aspri altipiani, i cocenti deserti ecco la terra promessa: le verdi pianure della California e dell’Oregon. Nel bel mezzo delle pianure Americane la nr. 6 si incrocia con la Mother road, la vecchia nr. 66 che nelle cartine attuali non è più segnalata ma che è entrata in pieno diritto nella leggenda.
Ormai stanchi dopo parecchie ore di macchina ci fermiamo a una ventina di chilometri da Elmira in un piccolo motel in mezzo al niente. E’ libera solo una camera, decidiamo di fermarci comunque e di dormire tutti e sei insieme. Dopo una buonissima cena al ristorante del Motel ci accorgiamo, passeggiando lungo il piazzale nel retro, che quest’eremo in mezzo al nulla è luogo frequentato da migliaia di grossi ragni e insetti vari; ma il massimo lo troviamo davanti alla porta della nostra camera dove ad attenderci troviamo un bel serpente. La notte sarà un vero incubo: in sei in una camera con l’aria condizionata rotta e 32 gradi di temperatura e il 400% di umidità. Riesce a dormire solo Simona 2, per lei questo caldo sovrumano è un dolce tepore. Nella lotta con la morsa del caldo il pensiero va già all’indomani, e le acque delle maestose cascate del Niagara sembrano quasi rinfrescarci.



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