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Se la cosa ti interessa, o se comunque hai altre idee, entra in contatto scrivendo una e-mail a mbellinaso@gmail.com

Viaggio negli Usa: dal 3 al 25 agosto 2001
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2^ parte del viaggio: IL MITICO OVEST


10° giorno: domenica 12 agosto 2001: DENVER – GREEN RIVER


Finalmente siamo a Denver, l’Ovest americano ci aspetta. Il mito della frontiera, delle strade sterrate, degli immensi spazi, è sotto i nostri piedi. Non ci serve che un’auto e una canzone degli Eagles e l’Ovest è nostro. Raggiunto il parcheggio dell’Alamo e consegnati i documenti necessari ritiriamo l’auto e siamo pronti a partire. Per recuperare il tempo perduto dobbiamo fare più di 500 chilometri, attraversare le montagne rocciose e arrivare fino a Green River, nello Utah nei pressi dell’Arches national park. Imbocchiamo la Interstate 70 attraversiamo Denver dove si dice inizi il vero Ovest. E’ straordinario perché quando sei a Denver se guardi verso Est vedi una pianura infinita, verso Ovest le imponenti montagne rocciose. Dopo più di 6 ore di auto (a seguito delle 3 in aereo) e tutti e tre gli autisti sfruttati arriviamo moribondi a Green River e, presa una camera al motel 6 del paese, non vediamo che il letto. Trascorriamo la nostra prima notte sotto il cielo dell’Ovest, ci troviamo ad una passo da parchi straordinari. Siamo nella terra degli indiani e dei pionieri, in uno stato grande più di metà dell’Italia con neppure 2 milioni di abitanti, nonostante la stanchezza c’è l’emozione per i posti che vedremo e le strade che percorreremo e la colonna sonora del nostro sonno sarà una vecchia melodia indiana.


11° giorno: lunedì 13 agosto 2001: Arches National park – Monument valley.


Prima sveglia nell’Ovest americano. Abbiamo dormito pochissime ore, ma dobbiamo svegliarci molto presto. Molti sono i chilometri da percorrere e molte le cose da vedere. Chiediamo a Jimmy (sonnolento portiere del motel) di indicarci un posto dove consumare una gigantesca colazione. Dopo due giorni terribili finalmente siamo rilassati, anche grazie a uno stupendo piatto pieno di uova bacon e patate, succhi di frutta e caffè. Il buon Jimmy ci ha suggerito un ottimo posto (da urlo anche la cameriera; bella, timida e molto americana). Dopo un’ora siamo già dentro l’Arches National park. Restiamo a bocca aperta per la bellezza selvaggia e solitaria di questo parco; l’orizzonte è infinito, il silenzio è totale, l’unico rumore è il fruscio del vento, siamo tutti zitti soli con i nostri pensieri stregati da questi luoghi. Ci spostiamo due o tre volte con l’auto per raggiungere i posti più interessanti per proseguire poi a piedi. In sequenza raggiungiamo parecchie meraviglie della natura: nel sentiero percorso a piedi incontriamo vari archi formati dall’acqua e dal vento con una lenta ma inesorabile erosione, fino ad arrivare al simbolo del parco il landscape arch, il più lungo arco naturale del mondo. Purtroppo dopo un paio d’ore il tempo peggiora ed arriva addirittura la pioggia. E’ comunque già parecchio tardi e in serata dobbiamo arrivare alla Monument Valley (circa 200 chilometri più a Sud). Imbocchiamo la highway nr. 191, una delle strade più spettacolari d’America che attraversa lo Utah e l’Arizona da Nord a Sud fino a morire al confine con il Messico. Sfioriamo Canyonlands, una delle tappe annullate a causa dei giorni persi e abbiamo la sensazione di perderci qualcosa di straordinario. Dopo il pranzo ad un Denny’s qualche chilometro a Sud di Moab riprendiamo il nostro viaggio. Il tempo peggiora sempre di più e si trasforma nel volgere di pochi minuti in un autentico nubifragio. Arriviamo a Monticello, anonimo paesino in mezzo al nulla, dove la 191 incrocia la 666 che porta alla Mesa Verde e la pioggia ci da una tregua; ci fermiamo per sgranchirci le gambe e per cambiare l’acqua ai pappagalli. Monticello è un esempio tipico dell’Ovest americano; queste piccole cittadine di provincia possono trovarsi a ore di macchina da altri centri abitati di un certo rilievo. Per noi europei è sorprendente e spiazzante l’impatto con un paese che ha nelle grandi distanze e negli spazi sconfinati le sue caratteristiche più marcate; in questi altipiani immensi si riesce a vedere all’orizzonte la rotondità della terra. Mi rendo conto di essere quasi impreparato a queste solitudini e a questi immensi silenzi; la vita di città ci ha costretto a fare l’abitudine a caos e rumore, e come tutte le abitudini col tempo ci diventano indispensabili. E’ per questo che quando ci troviamo in posti come questi, dove i silenzi, gli spazi e le solitudini regnano sovrani, ci sentiamo a disagio fino a provare addirittura quasi un malessere fisico; non siamo più protetti dalle nostre abitudini.
Ripartiti da Monticello dopo circa una trentina di miglia abbandoniamo la 191 e imbocchiamo la 163, la highway che non dimenticherò e sicuramente ripercorrerò. Il paesaggio è quello dei film western, siamo nella riserva indiana dei Navajo ai quali il governo degli Stati Uniti ha donato (dopo essersi preso tutto) la vicina Monument Valley. Rivivo le migliaia di immagini viste in film e fotografie, ma stavolta io sono qui e queste sensazioni mi resteranno per sempre impresse nella mente e nel cuore. In questi luoghi immutati nel tempo si fondono insieme il mito della frontiera di ieri (quella dei pionieri) e quella di oggi (quella di Easy rider e prima ancora quella di Jack Kerouac e ora la mia); lungo questa strada nella mia mente si incrociano le canzoni degli Eagles e le pagine di “On the road”, il mito del vecchio West e una nostalgia di fondo, mia personale, struggente e malinconica: quella per le cose che non si sono vissute, per il tempo che trascorre e i tempi che cambiano. E con la convinzione ormai perduta che con un viaggio nei luoghi sempre sognati inseguendo generazioni ormai passate, si possa trovare quello che si cerca percorrendo parallelamente ad una strada un tragitto del proprio cuore. In fondo un po’ tutti siamo alla ricerca di qualcosa che forse (o sicuramente) non troveremo mai. Credo che in fondo ad ogni rettilineo e al di là di ogni curva (come da un bellissimo libro di Alex Roggero) oltre ad inseguire il fantasma del blacktop (il manto nero dell’asfalto, simbolo e spirito delle strade americane), ognuno di noi cerchi la propria disillusione.
In balia di questi pensieri e dopo circa mezz’ora di strada attraversiamo l’ultimo paesino prima della Monument: Mexican Hat (così chiamato per una roccia a forma di sombrero messicano). Il paesaggio diventa sempre più selvaggio e spettacolare e dopo un po’ di miglia iniziamo un lungo rettilineo con la Monument Valley sullo sfondo e ci fermiamo per immortalare con foto e riprese. Credo che siamo nel tratto di strada in cui si ferma Forrest Gump dopo aver corso per tre anni in giro per l’America. Arriviamo fino all’entrata e proviamo a cercare un posto per dormire ma essendoci solo un albergo di camere disponibili neppure l’ombra. Ritorniamo allora indietro a Mexican Hat dove troviamo due camere in un delizioso motel sulle sponde del San Juan river. Andiamo a mangiare in un posto stupendo; un vecchio ristorante con un imbronciato cow boy che cuoce bistecche su una griglia dondolante e due pentoloni di fagioli sulla stufa. Mangiamo all’aperto sorseggiando una birra fresca e godendoci uno stupendo tramonto che trasforma le rocce in un rosso vivo; una serata indimenticabile. Purtroppo abbiamo lasciato macchine fotografiche e videocamere in motel, quindi tutto questo resterà, indelebile e struggente, solo nei nostri ricordi. Andiamo a dormire a notte inoltrata, dopo aver trascorso un po’ di tempo sdraiati a sentire il rumore del San Juan River. Domani nella mattinata ci aspetta la visita alla Monument Valley e nel pomeriggio il viaggio per raggiungere il Grand Canyon.



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