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AVVISO IMPORTANTE

Come forse avrai notato, USAonline.it non è più aggiornato da un bel po' di tempo, per mancanza di tempo del webmaster.

Sarebbe bello far risorgere il sito, ad esempio creando un blog multi-autore in cui italiani che abitano negli USA o che comunque ci debbano stare per un tempo prolungato (mesi o anni, per studio o lavoro) raccontino le loro esperienze quotidiane.

Se la cosa ti interessa, o se comunque hai altre idee, entra in contatto scrivendo una e-mail a mbellinaso@gmail.com

Viaggio negli Usa: dal 3 al 25 agosto 2001
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12° giorno: martedì 14 agosto 2001: Monument Valley – Page.


La sveglia è implacabile alle 6.30. Dopo una veloce colazione ci dirigiamo verso la Monument sulla strada già percorsa la sera prima. Arriviamo giusto in tempo per ammirare l’alba con i raggi di sole tra i celeberrimi faraglioni. Con una specie di jeep aperta da 8 posti (con noi 6 ci sono due giapponesi) iniziamo la visita che durerà circa due ore e mezzo. L’autista è un vecchio indiano navajo (qui è tutto gestito dagli indiani) che riesce a farsi capire parlando lentamente. Arriviamo prima al John Ford point (luogo intitolato al famoso regista) da dove si ha una panoramica completa e straordinaria. Al di sopra vediamo le 3 sorelle: tre rocce molto simili che a me ricordano di più una mano con sole tre dita. A piedi attraversiamo anche un lago in cui si specchiano le rocce di fronte, e all’interno di una piccola grotta dei vecchi graffiti indiani, con disegni raffiguranti la vita quotidiana dei Navajo. Alla fine del giro ci fermiamo ad ammirare le antiche abitazioni degli indiani. Sono delle costruzioni in fango e paglia (molto resistenti); assomigliano alla lontana ai “casoni”, abitazioni tipiche della zona litorale tra Venezia e Lignano Sabbiadoro.
All’interno assieme ad una giovane Navajo, che gestisce il negozietto improvvisato di manufatti indiani, troviamo una vecchietta quasi centenaria che per oltre mezz’ora ci delizia raccontandoci vecchie storie di lei e della sua gente. Nello sguardo si nota un velo di tristezza, quello di un popolo di fieri e indomiti guerrieri ridotti a vivere della carità di chi è arrivato secoli dopo di loro. Ci dice che attualmente all’interno della valle vivono circa 6.000 famiglie. C’è una scuola per i ragazzi e tutte le abitazioni (quasi tutte catapecchie di plastica o vecchie roulotte) sono prive di luce elettrica (che all’interno della Monument non arriva). Questo piccolo numero di Navajo riesce ancora a vivere come oltre cento anni fa; ma la maggior parte ha cercato fortuna lontano nelle grandi città; trovando per lo più discriminazione e alcool. Quest’ultimo negli ultimi anni si è trasformato in una vera e propria piaga ed è tra le maggiori cause di morte tra gli indiani. Salutiamo la simpatica vecchietta e ci accingiamo a salutare la Monument Valley. Questo posto straordinario mi resterà sempre nel cuore. Penso che difficilmente si possano trovare molti altri luoghi che siano in grado di dare le emozioni che ho provato qui. I profondi silenzi, le solitudini e gli orizzonti infiniti rendono questa valle magica e magnetica e vecchie melodie indiane risuonano come a farci ricordare la storia sanguinaria di queste terre. L’uomo bianco è riuscito a sterminare gli antichi abitanti, ma non riuscirà mai a cancellare i loro spiriti che ancora aleggiano lungo i faraglioni. I miei pensieri lungo la strada in direzione Kayenta (Arizona) sono rimasti ancora per lunghi minuti all’interno della valle e negli occhi della vecchia indiana. Arriviamo a Kayenta verso mezzogiorno e ci tuffiamo dentro il primo Mcdonald’s. Mangiamo qualche hamburger in tempi minimi, ci aspetta infatti un lungo tragitto per raggiungere il Grand Canyon. Dopo aver fatto il pieno imbocchiamo la 160 sapendo che per oltre 150 chilometri non vedremo che deserto. La 160 è un lungo rettilineo percorribile anche senza il volante e senza i freni da Kayenta fino a Tuba City. Incrociamo pochissime auto e neppure una casa, ma il paesaggio e straordinario. Dopo un paio d’ore arriviamo a Tuba City assolata e sonnolenta cittadina di provincia; viene considerata la città capitale della tribù degli Hopi, la cui riserva molto più piccola confina con quella immensa dei Navajo. Gli Hopi sono sempre stati degli inermi agricoltori, la loro sottomissione si rivelò una pratica piuttosto semplice per i conquistatori. Anche adesso la loro riserva continua a rimpicciolirsi a favore dei Navajo.
A Tuba City troviamo un grosso supermercato e ne approfittiamo per ripristinare le nostre riserve di acqua. Ci resta un’oretta di strada per raggiungere il Grand Canyon. Purtroppo dopo un giorno di tregua il tempo non promette nulla di buono.
Arrivare al Grand Canyon necessita di un minimo di preparazione. La sua immensità è qualcosa che ti prende per la gola e non ti lascia respirare. Non puoi fare altro che stare in silenzio e ammirare quello che la natura è in grado di creare. E’ talmente immenso da sembrare finto e irraggiungibile. Lontano nel fondo ammiriamo il Colorado river, l’artefice insieme al vento di questa inimitabile opera d’arte. Andando in direzione del Visitor center ci fermiamo in più punti panoramici e Diego si diletta in pericolose discese vicino allo strapiombo del canyon con Federica che inutilmente cerca di dissuaderlo. Alessandro visto il luogo mistico ha i capelli come Gesù di Nazareth (vedi foto di gruppo). Dopo circa un’ora arriva purtroppo l’immancabile pioggia nostra fedele compagna di viaggio. Io e Alessandro ci chiudiamo dentro l’auto mentre gli altri sono al visitor center per prenotare un motel a Page.
Ripercorriamo a ritroso la strada già fatta sperando che nel frattempo cessi di piovere. Arrivati vicino all’uscita verso la highway 32 ci fermiamo in un bar – bazar per rifocillarci e acquistare dei souvenir (proprio roba da turisti). Questa fermata si è poi rivelata un autentico colpo di fortuna. La pioggia è cessata e, anche se con un vento particolarmente freddo, abbiamo assistito ad uno dei tramonti più belli mai visti e neppure immaginati. Auguro a chiunque di poter assistere ad un tramonto sul Grand Canyon appena finita la pioggia con arcobaleni e orizzonti strepitosi. Usciamo dal parco in direzione Page con alle spalle le luci di un crepuscolo straordinario.
Dopo una giornata massacrante arriviamo distrutti a Page verso le 22 e, sistemati i bagagli al Motel 6 (veramente carino) affamati e assonnati ci fondiamo verso un Pizza hut. Divorata una quantità industriale di pizza e ingurgitato qualche litro di birra l’unico posto adatto a noi è un materasso. Ci prepariamo per la notte con la senzazione di aver vissuto una di quelle giornate della vita che sono destinate a rimanere irripetibili. Domani ci attende un’altra giornata tutt’altro che riposante con destinazione finale Bryce Canyon.

13° giorno: mercoledì 15 agosto 2001: PAGE – PANGUITCH


La sveglia per una volta non è all’alba ma verso le 8. Nonostante la pizza della sera stia ancora girovagando per i nostri stomaci siamo affamati. Troviamo un posto gestito da indiani dove, essendo giorno festivo, un discreto numero di americani a Page per il weekend con tanto di barca al seguito stanno consumando le loro colazioni (il lago Powell, grandissimo e con scenari notevoli, è meta nei fine settimana per molti americani). Io, Alessandro, Diego e Simona 1 come al solito optiamo per una colazione tipicamente americana e ipercalorica con notevoli ripercussioni sul fegato. Conclusa la laboriosa pratica culinaria, prima di partire in direzione Bryce Canyon andiamo a vedere la grande diga sul lago Powell. Al Visitor Center io e Diego, forse per l’aria festosa del ferragosto, ci divertiamo come pazzi e con atteggiamenti piuttosto ambigui. A proposito la foto di Diego del lago è venuta piuttosto bene forse anche per merito mio. Il lago visto dall’alto della diga è stupendo e gli scenari sono proprio quelli di un film Western. Andando però successivamente verso la riva scopriamo che è fortemente inquinato, tanto da essere vietata la balneazione. Rinunciato alla gita in barca per il costo non elevato ma proibitivo, siamo pronti per raggiungere il Bryce Canyon che si rivelerà l’ennesima tappa strepitosa di questo viaggio. Imboccata la highway 89 dopo alcuni chilometri passiamo il confine e entriamo per la seconda volta nello stato dello Utah. Dopo circa mezz’ora raggiungiamo Kanab, piccola cittadina che per i suoi scenari naturali è stata utilizzata come set cinematografica di moltissimi film Western, tanto da essere chiamata “the little Hollywood”. Entriamo in un negozio particolare in quanto nel retro troviamo un set cinematografico; con una tipica cittadina del west dell’800 con tanto di saloon, diligenza, barbiere e banca. Il negozio è molto particolare per il numero di articoli tipici in vendita. Dai Cd di musica country all’abbigliamento da vero cow boy (anche per i bambini). Dopo qualche acquisto riprendiamo la nostra strada. Come al solito prendiamo la quotidiana dose di pioggia e anche un ingorgo in pieno deserto. Dopo alcune ore arriviamo in prossimità del Bryce Canyon. Troviamo una camera in un grazioso motel a Panguitch. Lungo la strada abbiamo visto la locandina di un rodeo. Nonostante la stanchezza decidiamo di andare a vedere. Purtroppo arriviamo quando è già tutto finito. Delusi ci consoliamo con una enorme bistecca in una vicina steak house. E’ una serata molto bella e fredda (d’altronde ci troviamo a oltre 2.000 metri di altitudine), il cielo spazzato da un vento leggero è un tappeto di stelle. Un’altra splendida giornata americana giunge alla sua fine. Questa terra da sempre sogno per intere generazioni offre continuamente grandi sensazioni, forse più che per una particolare bellezza per ciò che rappresenta e che ha rappresentato. Chi ama gli scritti di Kerouac dei suoi viaggi su e giù per l’America non può che provare una forte attrazione per la strada americana. La strada non sempre e solo una striscia di asfalto contornata da paesaggi. Molte volte può rappresentare molto di più: un ideale, un sogno, un’emozione, una storia vissuta o da vivere. Per Kerouac la strada rappresentava una fuga, sofferta e grandiosa, scintillante e miserabile dalla vita quotidiana e dalla società che lo opprimeva. Ancora oggi per molti può essere così; quando imbocchi una strada non ci deve essere necessariamente un punto di arrivo.
Tornati al motel puntiamo le sveglie ad un’ora terribile, le 5.30 !!! ma l’alba al Bryce Canyon è da non perdere.



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