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Come forse avrai notato, USAonline.it non è più aggiornato da un bel po' di tempo, per mancanza di tempo del webmaster.

Sarebbe bello far risorgere il sito, ad esempio creando un blog multi-autore in cui italiani che abitano negli USA o che comunque ci debbano stare per un tempo prolungato (mesi o anni, per studio o lavoro) raccontino le loro esperienze quotidiane.

Se la cosa ti interessa, o se comunque hai altre idee, entra in contatto scrivendo una e-mail a mbellinaso@gmail.com

Viaggio negli Usa: dal 3 al 25 agosto 2001
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14° giorno: giovedì 16 agosto 2001: PANGUITCH – LAS VEGAS.


Dopo l’implacabile suoneria telefonica automatica (ormai le odio) in una decina di minuti siamo già fuori per raggiungere il Bryce. La temperatura è terribile ( 7 gradi). Simona 2 è vestita come uno scalatore in prossimità della vetta dell’Everest. Ma l’alba che poco tempo dopo abbiamo ammirato ha ripagato la sveglia da caserma e la temperatura artica. Il Bryce Canyon è un parco relativamente piccolo se paragonato agli altri parchi americani. Io amo definirlo uno scrigno pieno di piccoli gioielli. E’ bellissimo vederlo dall’alto; ma una camminata di un paio d’ore al suo interno ti lascia letteralmente a bocca aperta. La natura è senza ombra di dubbio il più grande artista di sempre. Le rocce appuntite e lavorate tanto da sembrare monumenti, le gole scavate dall’acqua e dal vento, il silenzio così intenso da diventare rumoroso, i boschi attraversati da piccoli sentieri e gli orizzonti che mettono il magone; questo in poche frasi è il Bryce Canyon visto e sentito da me. Sono convinto che nei posti in cui si passa o ci si ferma il vedere sia meno importante del sentire; un luogo, una città, un paesaggio, una montagna o un fiume se restano nel cuore è perché abbiamo sentito qualcosa di importante e profondo da restare scolpito dentro di noi. Verso le 10.30 finiamo la passeggiata appena in tempo. Il caldo e centinaia di turisti stanno prendendo d’assalto il parco. L’essere arrivati molto presto ci ha permesso di goderci queste 3 ore in perfetta solitudine. Adesso lasciamo campo libero alle orde di invasori. Riposandoci in un tranquillo boschetto nei pressi della nostra auto diamo un’occhiata alla cartina per scegliere la strada che ci porterà a Las Vegas. Dobbiamo ritornare all’Highway 89, prendere poi la 14 che attraversando le montagne ci farà raggiungere l’autostrada 15 con la quale raggiungeremo Las Vegas. Lungo la strada ammiriamo il red canyon (la sera prima al tramonto era qualcosa di fantastico), ci fermiamo per alcune foto a queste montagne composte da una terra rosso fuoco, veramente molto bello. Dal Red Canyon scendiamo verso la 89, la riprendiamo in direzione Kanab ( da dove eravamo arrivati), ma dopo alcuni chilometri imbocchiamo la 14; strada molto bella ma, attraversando le montagne molto lenta, impieghiamo infatti più di 2 ore per arrivare a Cedar City. Scendiamo verso il deserto del Nevada; a ogni chilometro la temperatura aumenta. Entriamo in Nevada verso le 14 e la temperatura è arrivata ormai a 48 gradi (al mattino eravamo a 7 gradi); a questo punto anche Simona 2 può togliersi il piumino. Ci fermiamo a mangiare a Mesquite a circa 120 chilometri da Las Vegas. E’ subito chiaro che ci troviamo nello stato in cui le maggiori entrate economiche provengono dal gioco d’azzardo; infatti notiamo con un sintomo di disagio che Mesquite è un insieme di casinò-ristoranti nel mezzo del nulla. Ne scegliamo uno a caso e la lieta sorpresa sono i prezzi. Come anche a Las Vegas i prezzi per mangiare sono bassissimi soprattutto negli enormi buffet presenti all’interno di ogni casinò. A loro infatti interessa che la gente vada a giocare e a buttare i soldi dentro alle slot machine. Visto che il prezzo è forfettario (nel senso che una volta pagato puoi servirti di tutto quello che vuoi), ci ingozziamo come dei profughi bevendo buona birra fresca. Finito il luculliano banchetto cominciamo a temere l’uscita; considerando la temperatura esterna e quello che abbiamo ingurgitato potrebbe anche capitarci qualcosa di sgradevole. Ma dobbiamo arrivare a Las Vegas e quindi affrontiamo l’esterno subito aggrediti da un vento caldo come se avessimo un phon puntato sulla faccia. Raggiungiamo in tempo zero la macchina e riprendiamo l’autostrada. A metà pomeriggio siamo a Las Vegas, immensa città giocattolo dove arrivano annualmente più turisti che a Venezia (mi sembra 40 milioni all’anno). Nella periferia ci sono le zone residenziali e appare come una normalissima città, ma è lungo lo strip (la strada principale lunga una decina di chilometri che taglia la città in due) che si trasforma e diventa quella città piena di luci, alberghi e casinò che tutti conosciamo per averla vista in migliaia di film. Ci mettiamo subito alla ricerca di un albergo (a Las Vegas tranne il weekend è facilissimo trovare un posto per dormire visto il numero immenso di alberghi e motel). Dopo aver provato in un paio di alberghi troviamo due camere in un bel motel lungo lo strip di fronte a Treasure island (un albergo con davanti un enorme piscina con tanto di moto ondoso trasformata in un porto di una città caraibica dove ogni 4 ore si svolge uno spettacolo con due navi che combattono a colpi di cannone fino all’affondamento di una delle due). Ci sistemiamo nelle camere in attesa del tramonto sperando che la temperatura divenga più accettabile.
La serata, dopo una passeggiata, la trascorriamo al Caesar’s Palace (albergo-casinò enorme creato sullo stile antica Roma), prima al buffet (soliti prezzi molto bassi) e poi a giocare al casinò 20 dollari a testa che ci dureranno circa un paio d’ore.
Las Vegas è sicuramente una città affascinante in quanto unica nel suo genere, ma per quanto mi riguarda merita giusto un passaggio di mezza giornata a meno di non essere maniaci del gioco d’azzardo.
Tornando al motel per trascorrere la notte decidiamo di saltare la visita alla Death valley prevista per il giorno dopo in quanto la temperatura sfiora i 50 gradi e temiamo anche per la tenuta dell’auto. Proseguiremo quindi per l’autostrada 15 attraversando il Mojave desert con destinazione finale il Sequoia national park.

15° giorno: venerdì 17 agosto 2001: LAS VEGAS - FRESNO.


Lasciamo Las Vegas nelle prime ore del mattino, la temperatura è già infuocata e ci attende un lungo viaggio fino al Sequoia national park (sono almeno 600 chilometri). Mi metto alla guida pronto ad affrontare almeno 3 ore di deserto; dopo 150 chilometri di nulla e qualche ghost town incrociamo la sonnolenta cittadina di Barstow dove ci fermiamo per fare benzina e per un caffè. Qui dobbiamo lasciare l’autostrada che prosegue verso Los Angeles e prendere la 58. Temiamo per la tenuta della macchina visto che la temperatura non accenna a diminuire. Unico obiettivo è di arrivare il prima possibile alla fine del deserto. Finalmente verso mezzogiorno cominciamo a vedere un po’ di vegetazione, abbiamo infatti superato da alcuni chilometri la cittadina di Mojave la quale segnala l’inizio del deserto che porta lo stesso nome. Un’ora più tardi superiamo un gruppo di colline e scendiamo nella San Joaquin valley. A Bakersfield ci fermiamo per pranzare; dopo qualche ricerca troviamo un ristorantino all’interno di una graziosa villetta dove una gentilissima signora ci propone il menù del giorno. La San Joaquin valley è una fertile e enorme pianura che si estende da Bakersfield fino a Sacramento. Qui mi sembra abbiamo girato la famosa serie “La grande vallata” e il film “Il profumo del mosto selvatico”. E’ in questa valle che si produce il famoso vino californiano esportato in tutto il mondo, senza contare la variegata produzione agricola. Il paesaggio è simile alla nostra pianura padana, ogni metro di terra è coltivato e il traffico è notevole. Nel volgere di poche ore di viaggio il paesaggio si è completamente mutato. Dai colori tenui del deserto al verde intenso della pianura. Da zone completamente disabitate e inospitali del deserto del mojave intervallate da sonnolente cittadine, a questa ridente valle dove la densità di popolazione è notevole e le cittadine si susseguono una dopo l’altra e appaiono laboriose e produttive. Percorriamo per un’ottantina di chilometri la highway 99 fino a Visalia per poi imboccare la 198 che ci condurrà alle montagne della Sierra Nevada. All’entrata il Sequoia Park ci lascia un po’ interdetti; di sequoie neppure l’ombra e il paesaggio circostante e scarso di vegetazione e bruciato dal sole. Ci fermiamo al visitor center e prenotiamo il motel a Fresno, la temperatura è micidiale e le sequoie dove sono? Ripartiti e dopo almeno mezz’ora finalmente ci si presenta davanti agli occhi il paesaggio che ci aspettavamo; foreste di sequoie altissime e temperatura frizzante di alta montagna. Dopo aver fatto alcune soste arriviamo finalmente al generale Sherman l’essere vivente più grande (83 metri di altezza, 11 di diametro e 31 di circonferenza) e vecchio del mondo (3.000 anni). Purtroppo non abbiamo molto tempo in quanto sono le 18 passate. Percorriamo tutta la general Highway (che attraversa tutto il parco) fino a raggiungere un’altra famosissima sequoia: il generale Grant. Un po’ più piccola ma altrettanto incredibile. Facciamo una passeggiata in questa parte del parco; con l’imbrunire camminare in mezzo a questi giganti è un’esperienza da non perdere, il tramonto trasforma il paesaggio in qualcosa di trascendentale e mistico. Più viene buio e più siamo attratti e spaventati da questo luogo magico e un po’ timorosi riprendiamo la strada verso il parcheggio. Abbiamo vissuto uno dei momenti più affascinanti e intensi di questo viaggio, ma è ormai molto tardi e dobbiamo arrivare fino a Fresno; malinconicamente ci avviamo verso la macchina restii a lasciare questo parco rapiti ormai dalla sua struggente bellezza. Nella strada che scende a valle ci fermiamo a mangiare in un ristorante isolato ma carino; vista l’ora tarda per gli americani (sono quasi le 21.00) ci preparano solo degli hamburger. Arriviamo a Fresno molto tardi distrutti dopo una giornata massacrante; trovato il motel non vediamo che il letto. Domani ci aspetta una giornata allo Yosemite.



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