Cerca nel sito

Articoli
- Diari di viaggio
- Guide pratiche
- Storia
- Cultura
- Sport
- Cucina
Informazioni
- Dati sugli stati
- Mappe
- Bandiere
- Istituzioni
- Fusi orari
Risorse e servizi
- Gallerie fotografiche
- Webcams
- Cartoline elettroniche
- News del giorno
- Meteo
- Pagine Gialle
- Libri e CD
- Links
Community
- Forum di discussione
- Chat room
- Dillo ad un amico



AVVISO IMPORTANTE

Come forse avrai notato, USAonline.it non è più aggiornato da un bel po' di tempo, per mancanza di tempo del webmaster.

Sarebbe bello far risorgere il sito, ad esempio creando un blog multi-autore in cui italiani che abitano negli USA o che comunque ci debbano stare per un tempo prolungato (mesi o anni, per studio o lavoro) raccontino le loro esperienze quotidiane.

Se la cosa ti interessa, o se comunque hai altre idee, entra in contatto scrivendo una e-mail a mbellinaso@gmail.com

Viaggio negli Usa: dal 3 al 25 agosto 2001
Pagine:1,2, 3,4, 5, 6, 7,8,9, 10




16° giorno: Sabato 18 agosto 2001: Fresno – Modesto


Ci alziamo come sempre ad un’ora terribile. Dopo la solita energetica colazione ci dirigiamo in direzione Yosemite. Non mi soffermerò più di tanto in quanto questa giornata è l’unica da dimenticare in questo viaggio. Il parco ci ha deluso profondamente, forse la stagione non era quella giusta. Abbiamo trovato un caldo terribile, la famosa cascata era priva di acqua come tutti i torrenti. Ci siamo chiesti se ci trovavamo in montagna oppure ancora nel deserto del Nevada. Dopo un pranzo veloce in un self service e una fugace passeggiata in boschi bruciati e tra torrenti in secca siamo tornati all’auto e, dopo aver prenotato il motel, diretti verso Modesto. L’arrivo prima del previsto ci ha permesso finalmente di riposare prima della cena. Finalmente riusciamo ad accontentare Simona 2 e mangiare al Kentucky fried chichen. A pasto consumato il giudizio su questa catena di ristoranti è ottimo. Purtroppo resterà l’unica esperienza in questo viaggio. Riusciamo ad andare a dormire ad un’ora decente delusi però da questa giornata. Ci addormentiamo con davanti agli occhi il Golden gate e l’isola di Alcatraz; le nebbie di S.Francisco ci aspettano, domani finalmente saremo in quella che viene universalmente riconosciuta come la città più libera e cosmopolita del mondo.

17° -18°-19° giorno: 18/19/20 agosto 2001: Modesto – S.Francisco – Monterrey.


Modesto è una tipica città di provincia americana. Grandi strade che l’attraversano e un susseguirsi di centri commerciali, motel e fast food. Gli americani hanno una passione sfrenata per i centri commerciali, e come tutte le mode statunitensi negli ultimi anni sono proliferati anche in Europa. Lasciata Modesto prendiamo l’autostrada che ci condurrà a S.Francisco. Dopo un paio d’ore eccoci in prossimità della famosa baia. Attraversiamo le città della baia tra cui Berkeley sede della famosa università da cui partirono negli anni ’60 le rivolte studentesche dei figli della Beat generation, di quel sogno americano ormai svanito nelle nebbie di Frisco. Attraversando l’Oakland bay bridge vediamo una S.Francisco completamente coperta da nuvole e nebbia. Improvvisamente i 30 e passa gradi dei giorni precedenti si riducono in pochi minuti a circa 12 gradi. Sapremo poi da un gestore di un bar che agosto è uno dei mesi peggiori. Raggiungiamo il nostro travelodge all’angolo tra Van Ness avenue e Lombard street dove ci fermeremo per la prima volta per due notti. Nei 2 giorni trascorsi in questa straordinaria città abbiamo cercato di vedere un po’ di tutto e i chilometri percorsi a piedi sono stati molti, i continui sali e scendi oltretutto non hanno reso il nostro vagabondare molto riposante. Tra tutte le grandi città americane questa è l’unica nella quale verrei a vivere subito. Ogni quartiere è diverso dagli altri. Dal financial district con i suoi grattacieli, Chinatown con il suo mix di Oriente e New Orleans, Castro il quartiere gay la cui esistenza rende Frisco unica al mondo, Mission dove si trova un pezzettino di Messico, la zona del porto di fronte all’isola di Alcatraz con i suoi moli dove gustare fantastico pesce fresco e Ghirardelli Square con la sua fabbrica di ottimo cioccolato, e infine North Beach il quartiere italiano dove arrivarono migliaia di immigrati italiani all’inizio del novecento; adesso la maggior parte di questi si è arricchita e si è trasferita in altre zone lasciando il posto ai cinesi che si stanno allargando a macchia d’olio dalla confinante Chinatown. North beach è un quartiere ideale per bighellonare, sempre molto movimentato e frizzante. Lungo Columbus avenue, la strada principale che attraversa il quartiere in diagonale, si trovano bar, ristoranti, panetterie e pasticcerie italiane e, cosa inusuale in America, si sente il profumo del pane appena sfornato. In questa strada abbiamo mangiato un ottimo piatto di spaghetti in un ristorante gestito da una famiglia originaria di Avellino. Antonio, il capofamiglia ci ha raccontato la dura vita degli immigranti. Sono arrivati alla fine degli anni ’60 e i primi anni sono stati veramente duri; non conoscevano l’inglese e soprattutto arrivando da uno sperduto paesino del Sud Italia hanno faticato non poco ad integrarsi in una società così complessa e variegata. Ma con costanza e testardaggine hanno superato tutte le difficoltà fino ad aprire il ristorante che tutt’ora fa conoscere agli americani il vero cibo italiano. Abbiamo conosciuto anche Maurizio; meccanico di Trastevere immigrato da quasi quarant’anni. Non ha perso nulla del dialetto romanesco e si dimostra informatissimo delle vicende politiche e sportive italiane; ha nostalgia dell’Italia ma non pensa di tornarci. E’ nata subito una grande simpatia tra lui e Diego; si sono intrattenuti discutendo per un tempo interminabile di calcio e politica. Distanti come tifo, Diego Juve e Maurizio Roma, si sono avvicinati per le comuni idee antiBerlusconiane. Proseguendo sempre per Columbus Avenue incrociamo parecchi bar e caffè in stile italiano; ritrovo negli anni ’50 e ’60 di poeti e romanzieri squattrinati che ruotavano intorno a Kerouac e agli altri grandi della Beat generation. Davanti a uno di questi caffè, il Vesuvio, ecco la city lights bookstore. Una libreria all’apparenza come le altre, ma resa leggendaria dal fatto di essere stata aperta da Ferlinghetti e dall’essere stata il punto di ritrovo di Kerouac, Ginsberg, Burroughs e gli altri Beat. Vicino alla libreria c’è una strada intitolata a Jack Kerouac; si tratta di un vicolo stretto, buio e maleodorante, una vera tristezza, Jack si sarà rivoltato nella tomba. Per me era strano trovarmi lì, in quel luogo dove affamato di esperienze e sprizzante di energia, Jack non fu il rappresentante e portavoce(come da più parti viene considerato)di una generazione di vagabondi sognatori, contestatori, cappelloni e drogati.Con i suoi libri e la sua vita egli creò dal nulla quella generazione infiltrandole quelle idee di libertà e di disperazione che non ebbero come capolinea gli anni ’60-’70 , ma che sono più vive che mai ancora oggi per chi ha la fortuna e la voglia di avvicinarsi ai suoi libri. Strano trovarmi lì con cinquant’anni di ritardo aggredito da una tremenda nostalgia di qualcosa di mai vissuto… con in mente un mare di pensieri: “quanto avrei voluto conoscerli”. “Jack vieni, c’è una festa, non puoi mancare”. Mi sembra di udirne le voci…Negli ultimi anni di vita, consumata nell’alcool e nella solitudine, Jack si allontanò da Ginsberg e dagli altri, come risucchiato da quella parte borghese e perbenista di se stesso (trasmessa dalla madre) con cui aveva sempre convissuto e dalla quale aveva sempre cercato di fuggire. Con questi pensieri mi faccio scattare qualche foto ricordo sotto l’insegna della Jack Kerouac road. E’ stata una giornata indimenticabile la prima a S.Francisco, anche per il clima e la temperatura (sempre terribilmente bassa). Nei 2 giorni trascorsi qui non abbiamo visto neppure un raggio di sole. Anche Chinatown merita una lunga passeggiata. E’ veramente una città nella città, anzi, una nazione dentro una città; i cinesi sono laboriosi e si notano i ritmi di lavoro piuttosto elevati. Oltre ad un numero incredibile di ristoranti, ci si imbatte i una miriade di piccoli empori pieni zeppi di cianfrusaglie orientali, ed è tutto molto interessante e particolare. L’ autonomia e l’indipendenza di questa comunità è praticamente totale, si sono creati tutto quello che serve e per loro non è necessario uscire dal quartiere, tutto quello di cui hanno bisogno lo trovano all’interno. Certo è che hanno trovato in S.Francisco una città (come quasi tutte le grandi città americane) tutt’altro che chiusa e razzista anzi aperta e disponibile a diventare sempre più multirazziale. Le nostre grandi città italiane sono ancora molto lontane da tutto ciò, gelose delle proprie tradizioni e diffidenti verso culture e religioni straniere, per un’integrazione di questa portata devono passare ancora molti decenni. Il quartiere di Castro rappresenta la comunità gay più grande e accettata del mondo. Qui “l’amore che non osa dire il suo nome”, per dirla alla Oscar Wilde, il proprio nome lo urla addirittura e tutto è alla luce del sole, senza menzogna e senza vergogna; un calcio al perbenismo di bassa lega ancora imperante in tutti i paesi del mondo. Abbiamo pranzato in un locale incredibile proprio nel centro del quartiere, sia nelle strade sia dentro il locale non vi era ombra di una donna; le uniche presenze femminili erano le nostre tre ragazze. Non nego che inizialmente eravamo un po’ imbarazzati, ma vinto velocemente il disagio siamo riusciti a consumare in tutta tranquillità il nostro pasto e ad apprezzare l’eccezionalità di quanto stavamo vedendo e vivendo.
Chiunque vada a S.Francisco non può esimersi dall’attraversare il Golden Gate, sicuramente il ponte più famoso al mondo, confine tra la baia e il mare aperto. Il suo colore rosso si staglia sull’Oceano Pacifico ed è sicuramente uno dei simboli più importanti del grande sogno americano. Attraversato il ponte siamo arrivati a Sausalito, famoso borgo di pescatori, ma ci siamo fermati solo pochi minuti a causa di un vento terribile e freddo; comunque non mi è sembrato ci fosse nulla di particolarmente interessante. Dopo la seconda e ultima notte a S.Francisco il mattino siamo pronti per la visita ad Alcatraz. Incredibilmente è una stupenda giornata di sole con finalmente una temperatura estiva. Arrivati nei pressi del Pier 39 in attesa del nostro battello ammiriamo dal pontile centinaia di leoni marini rumorosissimi che giacciono pigramente in attesa di gentili omaggi da parte dei numerosi turisti. Ne approfittiamo per una foto con porto sullo sfondo e uno splendido sole (una delle cose più rare a S.Francisco). Devo dire che la visita ad Alcatraz è stata veramente indimenticabile. All’ingresso ci hanno consegnato le cuffie con registrata in italiano (caso più unico che raro) tutta la visita alla prigione. Seguendo le indicazioni si visita con calma e in modo approfondito ogni angolo di questo luogo leggendario. A differenza di come sembra nei vari film la prigione è molto piccola, al massimo gli “ospiti” furono meno di 300. I luoghi più interessanti sono sicuramente times square che è il fondo del corridoio principale con appeso un grande orologio, la cella di Al Capone che è uguale alle altre ma simbolicamente importante. Terrificante il “buco” che era la cella buia e umida in cui finivano in isolamento i più indisciplinati; e poi il famoso cortile con vista sulla baia e sul Golden Gate. Appena si entra ci si aspetta di incrociare lo sguardo freddo di Clint Eastwood. Ma quello che mi ha impressionato di più è la dimensione delle celle mostrosuamente piccole tanto che per andare a letto o spostarsi dovevano chiudere il minuscolo tavolino che unicamente al water costituiva l’intero arredo. Verso mezzogiorno finisce questa straordinaria visita e prima di dire addio (o arrivederci?) a Frisco mangiamo degli straordinari panini con granchio in uno dei moltissimi locali che ci sono lungo il porto. Finisce quindi con le gambe sotto un tavolo la nostra avventura a S.Francisco una città che non si dimentica e resta nel cuore, così diversa dalle nostre città europee. Con le sue nebbie, le sue strade sempre in discesa e salita, i suoi quartieri così diversi uno dall’altro come città nella città; la sua gente con un incredibile miscuglio di razze enormemente lontana dai nostri egoistici provincialismi. E poi la baia che si butta nell’oceano Pacifico a segnare la fine del grande paese, punto di partenza e nello stesso tempo di fine del sogno americano; per dirla alla Keruoac arrivati alla fine della frontiera non resta che tornare indietro. Salutiamo Frisco e ci dirigiamo verso Monterey imboccando la mitica highway numero 1 che costeggia tutto l’oceano dal Canada fino al messico. Una strada inconsueta con lunghi tratti a strapiombo sul Pacifico; l’ideale è proprio percorrerla da Nord a Sud per ammirare incredibili precipizi e fare un buon carico di adrenalina. Sembra che durante la sua costruzione vista l’enorme pericolosità per i lavoratori il governo americano utilizzò migliaia di carcerati (una buona idea anche per l’Italia). Scendiamo verso Sud sempre più rapiti dalla bellezza degli scenari e nel tardo pomeriggio ci fermiamo in un motel alla periferia di Monterey. Andiamo a mangiare nella città di Steinbeck (bellissimo il busto in sua memoria lungo la strada principale) in un invitante ristorante messicano in riva al mare. Dopo una passeggiata ritorniamo al motel; domani ci attende una delle tappe più lunghe fino a Los Angeles (più di 500 chilometri).



Pagine:1,2, 3,4, 5, 6, 7,8,9, 10







[Utenti collegati in questo momento: 120] Torna su



Mailing list
Vuoi essere informato degli aggiornamenti di USAonline.it? Iscriviti alla newsletter!



Copyright © 2007 by USAonline.it - Webmaster: Marco Bellinaso - Web Designer: Stefano Dore